Domenica, 25 Agosto 2019

"GENIO PAZZO O LUCIDA FOLLIA?" di Fortunato Grosso

 

Ricorrente vanteria della gente che scrive è quella di non rileggersi. Noi siamo di tutt’altra pasta. Diciamo anzi apertamente che ci rileggiamo fino alla nausea e al collasso. Non c’è in tutto questo, come è facile credere, narcisismo letterario ma solo gran paura di non aver detto quel che si voleva dire nella forma sufficientemente chiara.

Ci rileggiamo prima e dopo la stampa. E se rileggendoci prima nelle varie versioni, operando fra queste infinite scelte, soffriamo le pene del purgatorio, quando poi estenuanti indagini ci portano alla fatale conclusione che si poteva dire meglio quanto è stato irreparabilmente pubblicato, precipitiamo in un abissale inferno.

 

Ma qualche volta la chiarezza, questa forma necessaria affinché non si insinuino dubbi e perplessità nel lettore, viene sacrificata sull’altare della brevità e spesso su quello a noi congeniale dell’ironia. L’ironia è necessariamente una cattiveria: molte volte serve per dare al discorso quel frizzantino, quel certo sapore che lo rende ben accetto e “digeribile”.

È stato il nostro caso quando nel precedente articolo sul figurativo, sfiorando a volo d’uccello diversi movimenti artistici, abbiamo trovato divertente indicare i tempi storici del Futurismo come “quelli arteriosclerotici e storicamente comprensibili” .

Se qualche lettore, soffermandosi su questo punto, ha trovato irriverente questa frase rivolta al Futurismo e ha creduto ad una nostra profonda avversione a questo movimento, se ha creduto questo, bene, ora può toglierselo completamente dalla testa perché gli assicuriamo che non è così. Assolutamente, no. E per rendere più convincente tutto questo, del Futurismo, uno dei più grandi movimenti del nostro tempo, diamo subito una breve storia che se non è libera versione non è nemmeno in ergastolana esposizione.

Concepito in Italia, il Futurismo per volere paterno (F.T. Marinetti) nasce parigino il 20 febbraio 1909. Lo tiene a battesimo il famoso Le Figaro con un incazzatissimo discorso che rimbalzato in Italia ai nostri nonni cauti e benpensanti fa fare, come scongiuro, più volte il segno della croce. A tutti – o quasi –sembra di assistere alla nascita di un Anticristo.

Appena nato, parla già un linguaggio demoniaco. Il suo vangelo è apocalittico: predica la distruzione dei musei, delle biblioteche, inneggia alla temerità (alla luce dello Zingarelli: la temerità è un esagerato coraggio che fa affrontare i rischi e i pericoli in modo sconsiderato e avventato e ci chiediamo a questo punto se Marinetti beneficiò mai di un comune vocabolario), invita a demolire senza pietà le città venerate (purificazione architettonica che tedeschi da un lato e americani dall’altro più tardi con buoni esiti portarono coscienziosamente avanti), insulta Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello e molti altri che – a sua detta – monopolizzano ingiuriosamente il mondo dell’arte e non si salva neanche il cielo perché, dulcis in fundo, scaglia una sfida alle stelle. Per una buona rivoluzione crediamo proprio sinceramente non si potesse fare di più.

A fare buona compagnia a Marinetti ci sono Boccioni, Carrà, Russolo e Balla; mentre dissentono Soffici, Papini, Prezzolini e qualche altro. Ma in una giornata memorabile, questi ultimi presero tanti di quei futuristici cazzotti generosamente elargiti dai primi da passare prodigiosamente ad una immediata e salutare conversione (la temporaneità comunque ne segnerà i limiti).

Grazie a questa capillare e suadente opera di convincimento, la fila futurista ingrossa in modo notevole e crescente. Avvantaggiati da queste notizie, anche Giovanni Verga e Luigi Capuana nell’occasione di una conferenza di Marinetti fatta a Catania si associano entusiasticamente – con buona pace delle loro ossa – a quella manifestazione. Tutto sembra andare per il meglio. Il movimento futurista non vuole essere un fenomeno artistico culturale – così come lo intendiamo oggi – ma vuole investire l’intero scibile e ogni attività umana. Questo viene scritto a chiare lettere su ogni manifesto che viene pubblicato, dove non c’è segno di esortazione ma invito perentorio di arruolamento, pena il dileggio.

Come in ogni buona famiglia, si passò presto all’assegnazione dei propri doveri distribuiti per competenza: la musica ebbe il suo profeta in Francesco Balilla Pratella, l’architettura in Sant’Elia, la pittura e la scultura in Boccioni, Carrà, Sironi, Balla; la letteratura in Papini, Palazzeschi e altri, la critica in Soffici etc., mentre il manto messianico di Marinetti si estendeva su tutto: fino a raggiungere il cinema, il teatro, la moda – che lo vide perfetto indossatore di modelli futuristi – tutto insomma, compresa la cucina (La cucina futurista, pubblicata a Milano) con descrizione di piatti futuristi dei quali non conosceremo mai i consumatori e tantomeno un avveniristico ristorante che li prepari.

Il Futurismo invita alla velocità a tutta tavoletta, automobilisticamente parlando, all’amore senza chiari di luna e possibilmente realizzato sulla tettoia di un treno in corsa, alla parola libera – libera da grammatica e da sintassi; vuole dipingere gli odori e i sapori (ma non pensiamo ci sia mai riuscito). Parla di arte nuova e di scienza, ma strizza l’occhio alla politica e alla guerra.

Nel 1915 riesce nel suo scopo: molti futuristi si sentono in un certo senso, come si dice oggi, realizzati; e molti di loro trovano sfogo partendo per il fronte. Sant’Elia muore nel corso di un’operazione. Russolo viene ferito e più tardi anche Marinetti. Boccioni durante un’esercitazione cade da cavallo e il giorno dopo muore. Assieme a tanta gente comincia a morire anche qualche impossibile sogno.

Frattanto qualcuno si allontana, cambia parrocchia (Carrà, Soffici), qualche altro si intiepidisce fino a un raffreddamento totale e altri ancora (Papini, Palazzeschi) trovano il tempo buono per rientrare nelle loro idee. Solo Marinetti eroicamente resiste ancora. Ma farà la peggiore fine. Lui, nemico dichiarato di accademie e di istituti culturali, lui, l’uomo che odia la cultura ufficializzata, fregiata e governativa, lui, proprio lui, cade ingloriosamente negli avamposti della burocrazia: viene insignito da Benito Mussolini Accademico d’Italia, Segretario della classe di lettere e Segretario nazionale degli scrittori. Peggio di così non poteva finire. Mi pare di riascoltare mia madre: «chi sputa ‘ncelu, ‘nfacci ci torna».

E fin qui può sembrare che si insista con un’opera demolitrice del movimento futurista. Ripetiamo: non è così. Fuori dalla lettura di quei documenti, di quei programmi, di quei discorsi e manifesti futuristi che nella serena rilettura di oggi ci lasciano increduli e discretamente divertiti; fuori anche dal “rumorismo” di Russolo, il cui effetto oggi tra l’altro è dichiarato fuori legge, e dalla musica di Balilla Pratella mai più eseguita, fuori da tutte quelle idee chiaramente segnate, ripetiamo, da un “arteriosclerotismo storico” (da intendersi come reazione di una umanità vecchia che vuole morire e rinascere); fuori da tutto questo – abbandonato, però, con il doveroso dubbio che nell’economia generale del discorso futurista abbia avuto un ruolo di primaria importanza –, e fuori anche dalle nostre divertite e perdonabili osservazioni, a riscattare interamente il movimento futurista basterebbe da sola l’opera enorme e profondamente anticipatrice di Boccioni.

Ma non è tutto qui. Per capire l’importanza di quel rinnovamento culturale, di quell’operazione risanatrice, bisogna ricordare e ricostruire, attraverso la lettura di riviste e libri dell’epoca, I’Italietta di allora, triste e piagnucolosa, stanca e rassegnata, ancora inconsapevole di quanto la scienza le stava preparando. Basterà riguardare l’Italietta di quel tempo: mielosa, mammista ad oltranza (e quando non lo era, nel suo rovescio c’erano quei “balocchi e profumi” da voltastomaco), mandolinaia, con una letteratura piena di un romanticume insopportabile a una media intelligenza, con una poesia baciata e ribaciata fino alla nausea; quell’Italietta piena di “signorinelle” lacrimose e senza personalità, di signore svenevoli per godersi l’adulterio senza condanna, o passionali adultere eccitate dai rigori della legge; basterà ricordarsi, attraverso opportune ricerche, di quell’Italia incolore per capire e condividere l’azione altamente purificatrice del Futurismo. Un movimento, se vogliamo, realizzato attraverso teorie paradossali - volutamente paradossali - ma necessarie a rendere incisivo quel discorso altrimenti forse impossibile. Ecco perché pensiamo al Futurismo come alla più lucida, sana e provvidenziale follia del nostro tempo.



 

 

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