Mercoledì, 26 Giugno 2019

"LA FIRMA" di Fortunato Grosso

Sui decrepiti modi di dire e i suoi pestiferi effetti non si scriverà mai abbastanza: sfatarli ridicolizzandoli può costituire un’allegra crociata di poco prezzo e sicuro valore. Almeno è quello che penso: lasciatemi questa speranza. Non sentirete dire mai ad alcuno: «Io compro la firma non il quadro»; mentre la stessa frase, capovolta («Io compro il quadro non la firma») viene da molti continuamente “consumata”, ed io, di questa, non ho digerito mai nemmeno gli odori.

 

In questa arcinota formula dichiarativa è sempre sottintesa la “moralità” di quell’acquirente dell’opera d’arte che pone la sua operazione al di sopra della valutazione di mercato, fuori dall’egemonia di quell’autore e lontano mille miglia da ogni interesse speculativo.

Quell’acquisto, a sentirlo dire, sembra nato dal più puro sentimento verso l’arte con la quale dialoga in cifrario segreto. E sembra tutto a posto e assolutamente vera quell’estasi, fintantoché una voce “autorevole” non gli soffia in un orecchio che quell’opera non vale un soldo bucato e che mai nessuno gliela comprerebbe (i fessi quando si cercano possono apparire di estrema rarità). Allora quella sua fede “incrollabile”, non collaudata a questa grande prova, andrà sicuramente a farsi friggere o cercherà carnali rivincite; e immediatamente, quando non tenterà il recupero di quel denaro, lo regalerà al primo matrimonio o al suo portiere per ingraziarselo (e da lì comincia un infinito riciclaggio come succede alle scatole di cioccolatini il cui imballo originale resiste a volte per anni e alla fine, con la sua apertura – come è accaduto nella profanazione di qualche tomba egizia – si potrebbe anche assistere a un involontario suicidio). Ecco perché prego il sensibile lettore di farla finita con frasi come “io compro il quadro non la firma”: con quest’acqua non sciacquamoci più la bocca perché dopo tanti secoli non è più potabile.

Vediamo invece insieme quale sorprendente e onesta realtà ci può riservare il suo contrario: «Io compro la firma non il quadro», a prima vista deprecabile e immorale. Se è vero che un quadro qualunque, anonimo e peregrino, ci può piacere per certi valori intrinseci lì presenti, è ancor più vero che l’opera firmata da un grande maestro, anche se è minore e mancante della sua forma migliore, esercita - ed eserciterà sempre – un grande fascino. Ed è giusto che sia così. Per capire tutto questo e trovare la sua giustificazione, basta considerare certe cose di ogni giorno e di tutti. Noi, per esempio, feroci cestinatori di biglietti e bigliettini, letterone e letterine di zie e vecchi amici, ci guardiamo bene dal fare questo gesto se il mittente è un famoso uomo di lettere, un poeta o magari l’ultima attricetta di provincia. Ed anche questo è giusto. Il quadro o l’opera d’arte in genere è infatti un “momento” artistico da leggere sempre nel contesto del suo discorso e la sua importanza è commisurata all’opera generale, si deve cioè guardarlo come particolare di un grande mosaico. Anche se non si esclude naturalmente che quel quadro in particolare sia di straordinario effetto e incontri la grande fortuna che nella letteratura hanno trovato “essere o non essere”, “naufragar m’è dolce in questo mare”, “caddi come corpo morto cade” o “m’illumino d’immenso” che, se non vogliamo essere solo incoscienti ripetitori, dobbiamo capire attraverso lo studio dell’intera opera. Solo in questi termini c’è attendibilità e coscienza. Viceversa siamo destinati a cadere nella... cioccolata (detta prima).

 

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