Domenica, 25 Agosto 2019

"MAESTRI INCISORI DEL XVI E XVII SECOLO" di Fortunato Grosso

Il primo suggerimento forse si ebbe con il sigillo, in un’epoca imprecisata. Dico imprecisata perché i libri da me consultati sono imprecisi o meglio discordanti sulla nascita dell’incisione che, nella forma moderna, ha più di cinquecento anni di vita.

Da questa prima “legale” espressione (il sigillo serviva per una verifica dell’originalità di provenienza) a quella artistica, il passo fu breve. Con la nascita del libro (XV sec.), si sentì prepotente la necessità dell’illustrazione che a quei tempi si poteva realizzare appunto solo con l’incisione. Diciamo perciò che l’incisione fu un passo obbligato per illustrare, per raffigurare, non essendovi altro mezzo; mentre l’aspetto puramente artistico di quest’arte nacque e si affermò unicamente per il valore dell’artista, per la forza che vi profuse, per l’aere con cui la rappresentò. Chiari questi concetti, possiamo ben dire che oggi per fare dell’arte incisa (si legga incisione) non serve soltanto incidere, come moltissimi purtroppo credono, ma soprattutto incidere con maestria tecnica non disgiunta da fantasia e spirito creativo. Ed infatti certi grossi “tecniché” del nostro vicino Ottocento, nella piena padronanza dei mezzi meccanici, ci hanno lasciato solo sterili esempi di bravura e di virtuosismi che non ci appassionano; non ci creano nessuna emozione, come dire che manca a quei fogli l’anima.

Eppure (e questo è ben documentato) furono, ai loro tempi, maestri riconosciuti e le loro opere ben pagate.

Evidentemente l’arte ha bisogno di un buon periodo di decantazione: nel tempo acquista fisionomia, carattere, si definisce, si giustifica con la sua componente artistica, fuori dalle strombazzature del suo tempo con un linguaggio fuori dal tempo: eterno. Ed infatti per una verifica di quanto detto basterà saper leggere su fogli come La morte che galoppa sul campo di battaglia di Stefano Della Bella o Bellum di scuola tedesca del XVI sec., per assaporarne il trasfuso nella Guernica di Picasso.

 

Temi, come si vede, eterni, come l’amore e l’odio, la vita e la morte, la virtù e il vizio. Emozioni trasferite con bravura tecnica, ma soprattutto con sentimento artistico elevato a quel “quid”, quel fatto intraducibile a parole (per quanto i critici ne spendano tante nel vano tentativo di esprimerlo!), che le rende universali e “tangibili” al nostro spirito.

Emozioni che non sono d’un tempo ma d’ogni tempo.

Chi non ha visto nel film di Bergman Il settimo sigillo la trasposizione umorale de Il cavaliere, la morte e il diavolo di Dürer? Chi non l’ha visto passi a confrontare le due opere: la prima cinematografica e la seconda incisoria.

Si avrà la gioia di scoprirne la profonda armonia.

La “lettura” di questi antichi fogli, difficili da trovare, equivale ad una vera scoperta di un’arte veramente grande, delle tecniche eccezionali -come quella del bulino che oggi, per la forza, la fatica e l’applicazione che comporta, è venuta a mancare-, a sentire un’emozione che è rimasta intatta nel tempo.

Motivo questo che merita studio e riflessione per prepararci ad una migliore e più sapiente lettura dei “fogli” dei nostri giorni, dei maestri di oggi che, se tali realmente, non avranno paura di questi confronti. L’arte grafica ha un cuore antico, questo è un saggio valido per scoprire anche le aritmie di oggi: ché purtroppo ci sono. Sottoporsi con coraggio a questo esame equivale ad una presa di conoscenza necessaria per essere ammessi alla comprensione dell’arte contemporanea.

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