Domenica, 25 Agosto 2019

"IL SILENZIO DI TURIANO" di Fortunato Grosso

Una profonda pigrizia mentale genera sempre una frase fatta per il suo consumo occasionale, un certo modo di dire irriflessivo, un “comodo” luogo comune.

 

Tra i più tristi luoghi comuni, letale nell’antica fermentazione, c’è la pretesa di giudicare un’opera d’arte non già nel suo contesto storico-sociale ma nella sua fredda oggettività e finanche vantando di non conoscere l’artista e non voler sapere niente di lui.

A parole, dell’uomo-artista non ci importerebbe niente e ci interessa solo la sua opera. Mi sovviene quella espressione proverbiale che ad un palmo dalle nostre terga tutto ci lascia indifferenti. Quel palmo di mano però sarà largamente annullato con la conoscenza dell’artista che non ci lascerà mai freddi e distaccati come pretendevamo di essere.

La sua personalità sarà sempre condizionante e modificherà il nostro giudizio originale in peggio o in meglio. Non saranno certamente i pregi o i difetti a definire il nostro giudizio ma l’insieme misterioso e imponderabile che fa di quell’uomo l’uomo che è.

La verità è che quando ci innamoriamo di un’opera d’arte vogliamo sempre sapere vita morte e miracoli del suo autore; e quando è morto lo ricerchiamo in tutti i possibili repertori storici sotto mano, se vivo vogliamo conoscere il suo indirizzo, il numero telefonico e le abitudini di vita. Si può dire bene che l’arte, come i vini, ha bisogno di una origine controllata. E da qui la grande proliferazione di esperti generici, esperti specializzati che in termini legali e giudiziari sono sempre tragicamente “periti”.

Ma torniamo all’artista e alla sua opera. È possibile una verosimiglianza tra l’artista e la sua opera? Non sempre. Diciamo che dopo aver tanto amato un’opera, l’incontro con l’artista può dare una grande disillusione e l’opera stessa cadere in disgrazia. Tenteremo anche di disfarci di quel quadro. Ma viceversa potrebbe essere un incontro  felice e l’opera, in questo caso, si illuminerà di una bellezza più grande e profonda.

Sono questi casi rari dei quali voglio dare un bell’esempio. Molti anni or sono ammirai non so più in quale catalogo, un’opera di Aldo Turiano. Non lo conoscevo e feci di tutto per conoscerlo subito. Ho dimenticato tutto di quell’incontro. Ma non la suggestione di quella presenza silenziosa, di quel suo gesto misurato e cauto, della sua voce pacata e distesa e direi quasi filtrata da ogni concitazione, e d’uno sguardo lucido e attento che a volte sembrava guardare oltre. In quell’occasione comprai un suo quadro. E non so perché quella visione (un’altura con volo d’uccelli) mi rimandava a lui e a quella magica presenza, ovattata e per certi versi distante. E se questo è un ricordo, con tutta la magia che è sempre dentro un ricordo, dico subito che tutto questo si ripete immancabilmente tutte le volte, ancora oggi. La nostra amicizia, la nostra frequentazione non mi ha “abituato” a lui in quel che l’abitudine intende di scontato, di usurato. E mi sorprendono, ancora oggi come quella volta, la sua silenziosità e i suoi movimenti ordinati, nati nel civile scopo di non urtare gli altri, di non spingere nessuno, nel rispetto profondo del suo prossimo: quasi metafora vivente. Ed ora nel tentativo scarno e precipitoso di dare alla sua complessa opera un giudizio che riconduca all’uomo Aldo Turiano, non ho di meglio se sento il suo “silenzio” come un lungo messaggio per rare e preziose sintonie.

 

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