Sabato, 23 Settembre 2017

"UMORISMO E COSTUME DEL XIX SECOLO" di Fortunato Grosso

 

Crediamo sia chiaro a tutti: una mostra d’arte ha sempre qualcosa da dire. Rimane da stabilire perché lo dice, come lo dice, se lo dice bene e, infine, se riesce a dirlo. Tra l’artista che vuol “dire” ed il pubblico

che vorrebbe capire, si inserisce il critico che vuole essere anche il punto di incontro tra i due; ma spesso (non sempre) il suo linguaggio carismatico è accessibile (come non bastasse quello artistico) solo agli iniziati, ed il grosso pubblico, quello che esce da casa dopo un giorno di lavoro, magari stanco, ma con una gran voglia di apprendere, rimane disperatamente incerto sul “messaggio” dell’artista.

Il risultato è che, dopo reiterate esperienze, il pubblico medio si stanca di questi “messaggi” culturali e volge altrove le sue attenzioni. A questo punto c’è da chiedersi quanto valgano discorsi culturali nell’arte di oggi, resa più ermetica dalle varie definizioni critiche, e quanto valga quest’arte impegnata (soprattutto in questo clima di socializzazione e di cultura popolare). Infine c’è da temere che proprio adesso, quanto mai incredibilmente, il discorso artistico voglia essere un discorso d’élite. E questo è sinceramente una vera sfrontatezza: cioè il fenomeno d’arte percorrerebbe binari opposti al propugnato programma popolare. In questo clima altamente impegnato è sorta per reazione una predilezione per il genere facile: il naïf ne è un esempio classico e rimane comunque certo che il figurativo si è di recente largamente riscattato. C’è ancora da spiegarsi perché la cultura e l’arte oggi si siano aggettivate come impegnate in quanto, se questo è vero, c’è da credere che viceversa fino a ieri le due se ne andavano a spasso nell’assoluto disimpegno della vita sociale e civile. Vi pare possibile?

Per questo motivo ci sorge spesso il desiderio di una puntualizzazione retrospettiva: quasi una scoperta in un cammino a ritroso. Da qui l’interesse e il risveglio dell’arte passata che si ripropone (è questa una grande fortuna per il pubblico) liberata dalle inevitabili scorie in cui fu a suo tempo invischiata: esattamente come è oggi. Soprattutto ci dà la possibilità di rivedere l’arte nella giustificazione del suo contesto storico e sociale.

Un capitolo piuttosto importante da scoprire è il nostro vicino XIX secolo,  quando i francesi, definito il problema delle teste da cestinare ed arricchite le proprie con una cappelleria più sobria ma più spigliata, tesero a realizzarsi in quella gioia di vivere che culminerà nella belle époque. La risata fino allora cortigiana o bettoliera, sottile e cattiva nella satira grottesca e grassa nella burla, diventa nella giusta accezione, borghese e, pertanto, popolare (non c’è nessun bisticcio in questo!). L’umorismo nel significato moderno fa il suo ingresso nella società, e l’uomo non si vergogna più della sua allegria anzi ne fa discreta ostentazione. Quest’aria nuova invade buona parte dell’Europa (in Italia arriva debolmente: noi abbiamo avuto sempre poco da ridere) e mentre in Germania, Wilhelm Raabe asserisce «del riso al mondo si parla con molta leggerezza: io lo ritengo una delle più serie faccende umane», nella composta Inghilterra, i Pick­wick sanno prendere sanamente in giro se stessi ed il loro mondo scientifico. L’umorismo è entrato nel salotto e acquista quella vitalità e quella formula che è dei tempi moderni. Grazie ai Dickens inglesi ed ai De Musset e Balzac in Francia, si è inventata una diversa maniera di vivere. Le Diable à Paris, opera indimenticabile, segna una tappa importante della cultura ­francese.

Grandi scrittori ed altrettanti grandi artisti vi collaborano, Gavarni, Daumier, Grandville, ecc., sono i grandi illustratori di quella vita parigina romantica, scapigliata e felice in un discorso ed una intesa irripetibili. Cultura e arte sono tutt’uno. I disegni gustosi e vivi più che mai sono la riprova di questa comunione di interessi, testimoni di costumi che si vivificano man mano che sono sottratti al grigiore di una monarchia in sfacelo. La società colma i vuoti tra l’élite e la massa e si ristruttura nella (oggi famigerata) borghesia.

L’uomo sembra essere finalmente soddisfatto: ha il tempo di essere romantico ma anche ridanciano. Frattanto i pittoreschi tuguri sono caduti e le case in isolati o a molti piani, formano quello che ancora oggi vediamo: vie, piazze e boulevards. Ed una notte, i parigini rimarranno felici e sgomenti: l’illuminazione elettrica sostituisce la grigia fiammella a gas. I tempi moderni hanno inizio con un tripudio che non abbiamo mai conosciuto.

Ciò che ci spinge a riscoprire quel tempo, con i suoi costumi stravaganti e pieni d’humour, non è solamente un fatto culturale: è qualcosa di più. In questo nostro tempo pieno di incertezze e di tematiche contrastanti, pieni di “messaggi” e di impegni culturali, l’uomo riconosce nell’angoscia il suo male più grave e ride sempre meno. All’umorismo salutare di un tempo, sovrappone la satira (già si sente nel nostro grande Mino Maccari che non viene presentato a caso) e la nostra risata è infirmata dall’incertezza.

Questi fogli sono così preziosi (acquarelli, disegni, incisioni originali spesso in esemplari unici) fatti di linee e curve che non hanno ancora subìto le contorsioni e gli strappi ermetici dei nostri giorni, che con un sorriso bonario possono presentare il dramma di un uomo, ma mai dell’umanità come adesso succede, sono un suggerimento a ritornare a sorridere senza sottintesi e ammiccamenti. Un suggerimento a “dire” più apertamente. E se lo hanno fatto Daumier, Gavarni, Grandville e tanti altri di allora, credeteci pure non tornerà a disdoro di nessuno di noi. Può invece ricostituire in noi la speranza, che stiamo per perdere irreparabilmente.

 

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