Martedì, 21 Novembre 2017
Libri

PITIGRILLI

Dino Segre, noto con lo pseudonimo di Pitigrilli (Saluzzo, 9 maggio 1893 – Torino, 8 maggio 1975), è stato uno scrittore e aforista italiano; ebbe un grande successo in Italia nel periodo tra le due guerre mondiali.

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"SPECIES" di Gabriella Vergari

 

La pratica della scrittura è una messa in atto, definitiva assoluta, di un dinamico ordinarsi e disordinarsi, nella mente, di pensieri complessi e di semplici intuizioni, che non ci lasciano mai, attraversando tutte le ore della veglia, come linguaggio sorvegliato, attento a non frantumare la comunicazione, neanche nei momenti di più accorato solipsismo e tutte le ore del sonno, in cui nella culla ora ordinata,ora agitata del sogno, perdono ogni criterio dialogico e si esprimono come secretum speculare, come narcisismo, in cui l’esplicito desiderio degli opposti, dell’esaltazione e della depressione, si fa immensa factura, rito sacrificale, del tutto e del nulla.

Nella pratica ininterrotta del desiderio e del bisogno, di stare con se e con gli altri, dei detti e dei contraddetti, che caratterizzano il pensiero di tutti e di ciascuno, si addensano le nebulose delle trame della vita e della morte, dei desideri e delle rimozioni, concorrendo a fare ricco il linguaggio, non solo di parole, ma di mille sfumature che caratterizzano l’aura, l’atmosfera in cui la scrittura, riesce a catturare, gli umori, i sapori e tutte quelle sensibilità che fanno vibrare il lettore, attirandolo nel suo fervore poetico, che sul tessuto della narrazione, degli eventi, delle affermazioni e delle sospensioni, psicologiche e scenografiche, appende le sue visioni i suoi colori, facendone un fattore di vitalità introspettiva ed estrospettiva, di una sapienzialità a tutto tondo.

In questo senso la densità di una narrativa, ricca e rigogliosa, come quella della Vergari, diventa una curiosità, che si arricchisce di pagina in pagina, attirandoti nei suoi meandri che sono di una assoluta labirinticità, tanto più intrigata, quanto a volte si mostra in una semplicità, candida, ma è proprio allora che bisogna stare attenti a non lasciare trascinare nel flusso della sua melodiosità, come in uno stato di trance, perché si tratta del momento fondante, quello in cui avviene la svolta narrativa della premessa o viene svolta in maniera esplicativa la sua metafora personale e segreta. La trama sotterranea, che fa da radice virtuosa delle sue immagini, è il frutto delle meditazioni e delle letture che hanno attraversato la sua avventura intellettuale, che non si è limitata a recepirle, ma ha voluto metterle alla prova, facendole reagire tra di loro e dotandole di una spessa originalità, di nomi e cose, che sanno del rito fabulistico, ma sanno anche della confessione, che si fondono e fanno della transuenza, una immanenza, della cronaca che passa e va una leggenda dell’identità del nostro tempo. Che è tempo di rapsodia, di rottura, di frammentazione, che risponde ad un restringersi dell’orizzontalità e ad un estendersi della verticalità, per cui mi vengono in mente alcune delle maieutiche lacaniane, di quelle conseguenzialità partorite, nel bel mezzo del distendersi dell’eterogeneo, che si veste di omogeneo e del mostrarsi dell’omogeneo come casualità, quasi che invece della conseguenza narrativa, avesse luogo apparizione fantasmatica dei fatti e dei detti, nella reversibilità, di fatti che diventano detti e detti che diventano fatti..

I capitoli di questo quaderno personale, di questo diario dell’altro, si svolgono sulla dodecafonia della discontinuità, dove la semplicità è un punto di arrivo, per progressive tappe di analisi e di autoanalisi che diventano pagine e pagine di grande densità contenutistica, che mi richiamano alla mente altre pagine della scrittura femminile del novecento, non tanto per somiglianza, quanto per spessore, in una strada in cui è possibile trovare le avventure di Elsa Triolet, le titubanze di Anais Nin, gli slanci di Luce Irigarai.

Senza con questo, volere istituire contesti e confronti, perché ognuno è uno e irripetibile, ma per non stare nella sospensione del nulla in cui appaiono, improvvisamente le cose, perché lo spirito del tempo esiste, non tanto come necessaria estrinsecazione di una filosofia della storia, quanto per il confluire delle influenze che creano l’omogeneità dell’appartenenza e la singolarità dell’individuo, con il suo cognome e nome.

Mi seduce molto, il tempo circolare di queste pagine, continuamente arricchite di una certa imprevedibilità, per cui sembra che tutto sia sempre sul punto di farti una rivelazione, ma poi ti rimanda ad un momento successivo, aprendo una metafora dopo l’altra e facendo della premessa una infinita contemplazione dell’enigma, per cui rimane intatta la sensazione di preziosità di questo piccolo scrigno, che si dilata immaterialmente, molto di più della sua consistenza materiale, che finisce appunto per essere accidentale, rispetto al sapore e al sapere che ti lascia, quando sei arrivato all’ultima pagina.

E proprio su questa voglio appuntare il mio esercizio di stile, di scrittura riflessiva, che vuole essere un suo parallelo, non tanto in spirito emulatorio, quanto in esercizio di critica, che si sente continuamente tirato in ballo, come ermeneutica che si annuncia, ma che rimane in nuce, perché vuole rimanere più a lungo possibile, nel sottile canto di sirene che dissimula la serenità, mentre il mare è tempestoso, come quello che attraversò Ulisse, attaccato al palo. Come a dire che tutto ritorna, come le stagioni, come gli amori.

Francesco Gallo Mazzeo (dalla prefazione)

 
 

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