Domenica, 22 Settembre 2019

"MA LA FELICITA’ DOVE STA?" di Renata Falco

Che vi sia in giro, un diffuso malessere della società in cui viviamo e quindi di ognuno di noi che ne facciamo parte, è ormai conclamato dagli esperti ma anche avvertito da chi “grossolanamente” sta ad osservare. Autori, psicologi, antropologi, sociologi, da anni si scervellano, tentando di definirne le cause. Di fatto, è un dilagare d’insoddisfazioni.

Certo, molte, moltissime sono strettamente connesse alla situazione economico finanziaria cui volge il paese.

 

Ma si tratta solo di questo?

Mi viene in mente il sorriso della gente messicana. Un paese poverissimo ma apparentemente felice. No. Evidentemente il problema va cercato altrove. Altrimenti sarebbe semplicistico pensare che chi è ricco, è felice. Invece, di felice, in giro, non c’è più nessuno, pur con le ovvie percentuali. Il successo dei social network, suggerirebbe un pensiero semplice: siamo infelici perché siamo soli.

Eppure, siamo infelici anche in compagnia.

Siamo infelici se non abbiamo figli, ma siamo infelici anche se ne abbiamo (in più, siamo solo preoccupati, della loro futura infelicità). No. Evidentemente il problema va ricercato altrove.

Siamo infelici perché abbiamo paura di non essere all’altezza delle nostre aspettative. Pretendiamo il massimo, da noi stessi. Eh si. Questa volta cominciamo, forse, a percepire il problema nella sua reale essenza. C’è una trasformazione probabilmente anche “organica” delle nostre funzioni. Non mi stupirebbe affatto, fra qualche anno, leggere l’esito di studi antropologici, pronti ad affermare che non siamo più in grado di riprodurci.

Perché questo largo uso di viagra, anche e soprattutto da parte dei giovanissimi? Perché tanta prostituzione, reale o virtuale in un momento in cui i tabù sembrerebbero essere caduti da tempo e l'offerta è così cospicua? Perché sempre più giovanissimi chiedono contatti a donne “mature”? Perché appaga anche solo il contatto virtuale e ci si rifugia dietro uno schermo, eludendo responsabilità, impegni familiari, dialoghi con chi ci rapportiamo ogni giorno e ci vive accanto? Perché i matrimoni hanno scadenza breve e le separazioni sono all’ordine del giorno, qualsiasi sia l’età o la durata delle relazioni?

Proviamo ad avanzare un’ipotesi.

Noi, non siamo più noi. Siamo cresciuti identificandoci in modelli irreali, plastificati, ingurgitando ed assorbendo quel che i mass media ci hanno propinato. Non siamo più noi, neppure quando siamo da soli. Tendiamo a vederci e di conseguenza, piacerci, più per come vorremmo che per come siamo realmente. Insomma, abbiamo coltivato, senza rendercene conto, “aspettative indotte” sin troppo al di sopra delle nostre reali possibilità e stiamo male perché non riusciamo, com’è logico, a soddisfarle. Ma non perché non possiamo. Semplicemente, perché ci identifichiamo in un modello che non è il nostro. Non siamo noi. Dov’è finito il nostro “io autentico”? Seppellito da immagini ritoccate col photoshop, plastificate, “velinizzate”, potenti, vincenti. E allora? Dovremmo imparare a cercare il nostro vero io, destrutturando le aspettative, accettando i nostri cedimenti, le nostre rughe, i nostri giorni no, le nostre piccole e grandi sconfitte.

Noi non siamo né Barbie, né Big Jim, la nostra famiglia non è quella del Mulino Bianco. Siamo fragili, imperfetti, non tutti fortunati, a volte stanchi, spesso sconfitti.

Noi siamo noi. Falliamo, invecchiamo, facciamo l’amore senza numeri da circo, abbiamo costruito poco, a volte niente.

Ma almeno siamo veri.

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