Sabato, 23 Settembre 2017

"SULL'EDUCAZIONE ETICA DEL MEDICO" di Luigi Condorelli -quarta parte-

Sull'educazione etica del Medico

-quarta parte-

 

Sicché per quanto tenue possa essere la sofferenza fisica, la personalità del paziente è in preda a grave angoscia ove nasca il dubbio, o peggio ancora il convincimento, veri o erronei, di esser colpito da malattia che espone a pericolo di vita o a menomazione durevole e grave, fisica o mentale. E la sofferenza è del tutto analoga, tanto se la malattia realmente esiste, quanto se è immaginaria: siano il sospetto o il convincimento nati nel paziente da fantasia malata o da incauto, quanto erroneo, giudizio medico. Ecco che si apre ai nostri occhi un ampio orizzonte del bene e del male che il medico, con il suo comportamento di fronte alla personalità del sofferente, può arrecare, indipendentemente dalla estensione e profondità del suo patrimonio dottrinario e tecnico, e solo per il possesso o meno delle doti morali necessarie all'ars medendi. E sia il bene che il male possono essere cospicui. Quando si riesce ad individuare, scrutando nell'anima del malato, la sofferenza della sua personalità, che spesso è taciuta per pudore della malattia o per dimostrare fortezza d'animo, si può, suscitando con l'affabilità la fiducia dell'assistito, ottenere con la parola suadente, ciò che non si può con i farmaci. Si guarisce senz'altro il paziente che ha l'erronea convinzione di essere affetto da malattia grave. E in codesti casi si risana soltanto mediante la parola del medico che ispira fiducia. Ché la somministrazione di qualsiasi medicina è dannosa, perché fa nascere, nella fantasia esaltata, il sospetto che vi sia qualche male, che il medico pietoso intende curare tacendone l'esistenza e la gravità. Altre volte, quando la malattia esiste, e può essere grave, l'angosciosa sofferenza della persona umana è eliminata, o almeno fortemente attenuata, se il medico è capace di inculcare nel paziente la salda convinzione, o almeno la fondatissima speranza, di una guarigione completa. L'eliminazione o la forte attenuazione della sofferenza della personalità del paziente ha le più benefiche ripercussioni sulle risorse della natura medicatrix, e aiuta pertanto l'organismo a risanare dalla malattia somatica, avvalorando l'effetto salutare dei farmaci o degli interventi chirurgici. Nei casi, infine, in cui la nostra ars medendi è inefficace, soltanto la parola del medico, che riesca a mantener viva una fiammella di speranza e di fede nella guarigione, può lenire la sofferenza umana. E all'opposto se il medico non riesce ad riacquistare sufficiente conoscenza della personalità del malato e delle persone care che lo circondano, e non ne comprende lo stato d'animo, rimane estraneo alla sofferenza morale, non sospetta neppure l'ansia, spesso celata, con cui si attende dalle sue labbra la “sentenza” che può far precipitare nell'angoscia dell'attesa della morte, o innalzare alla letizia della certezza della guarigione; non riesce a valutare quali conseguenze potranno indurre nell'animo dell'assistito e dei familiari il suo comportamento: i gesti, lo sguardo, le parole! Brevemente: non gli riuscirà di porsi nel medesimo angolo visuale da cui guarda ansiosamente il sofferente, attendendo aiuto e conforto! Il medico che ignora la personalità del malato non è in grado di operare tutto il bene che potrebbe elargirgli curandone le sofferenze morali, che sono parte essenziale della patologia umana. E ciò occorre con estrema frequenza: sicché il medico rimane per il malato una qualsiasi persona estranea, da cui si è ricevuta una prestazione di lavoro, direttamente o indirettamente retribuita. Nessun sentimento di gratitudine, nessun vincolo affettivo si stabilisce in tal caso tra paziente e medico: vi è solo un rapporto economico; pertanto può essere perfino concepito e attuato il mostruoso sciopero dei sanitari, cui potrebbe contrapporsi la “serrata dei malati”, se la medicina non fosse universalmente considerata ars salutaris ac necessaria! Ma occorrerà anche, e non di rado, a chi è sfornito delle doti morali necessarie per esercitare l'ars medendi, di offendere inconsapevolmente, anziché risanare, la personalità del malato, di cui si industria di curare il corpo; così arrecando danni spesso più gravi che non quelli derivanti da un errore diagnostico o da maldestra somministrazione di farmaci. Il medico pertanto può far più male con le parole che con le medicine mal prescritte: ed è tutto dire al giorno d'oggi, in cui quest'ultima evenienza è tanto frequente da aver dato vita ad una patologia iatrogenica, che costituisce una importante parte, in continuo florido incremento, della Clinica Medica dei nostri tempi. Di questa patologia iatrogenica un capitolo importante e di vasta estensione è proprio quello delle sofferenze indotte dall'erroneo comportamento del medico di fronte alla personalità dell'assistito. Si consideri che numerosissime persone, sostanzialmente sane, consultano il medico per qualche disturbo passeggero, come una indigestione, o qualche modesta turbe dispeptica, o fugaci algie articolari, e così via enumerando tanti piccoli mali della “patologia minore”, la maggior parte dei quali dileguerebbe spontaneamente: ché per vincerli l'organismo non avrebbe bisogno di essere aiutato da alcun farmaco. Orbene, costoro, anziché esser assicurati che si tratta di cose di nessun conto e affabilmente congedati dal medico con qualche saggia prescrizione di norme igieniche, vengono sottoposti a gran numero di indagini diagnostiche alcune delle quali, come quelle radiologiche o con traccianti radioattivi, non del tutto innocue. Si vedono allora circondati da un mondo di apparecchi e da una teoria di analisti per subire una lunga serie di indagini -per loro di significato completamente oscuro-, da cui, non raramente, “salta fuori” qualche dato analitico (che può essere erroneo), il quale, male interpretato, o esagerato dal medico allarmista, crea nei pazienti, e nei loro familiari, uno stato di angoscioso allarme. Viene inculcato il sospetto o il convincimento di inesistenti mali che abbisognano di cure, a volte lunghe: al danno morale si aggiunge quello delle medicine somministrate a sproposito. Si creano così gran numero di malati cronici, i quali frequentano settimanalmente gli ambulatori medici, ave non sono né esaminati nella persona fisica né confortati moralmente, ma ricevono in compenso la prescrizione di altre medicine. Pertanto se codeste persone, divenute “malate” pur essendo fisicamente sane, non ricevono danno dalle medicine prescritte, subiscono quello ben più rilevante di considerarsi minorate nel bene supremo, che è la salute. C'è in fondo il motivo, sempre attuale, dell'”Ammalato immaginario” di Molière. ma con una variante: la malattia non è puro effetto di immaginazione esaltata, sia pure artificiosamente coltivato dal medico mestierante, bensì il prodotto di un erroneo comportamento del medico, che inconsapevolmente crea, per mancanza delle doti morali necessarie, uno stato di sofferenza umana. Il rapidissimo sviluppo delle applicazioni tecniche alle indagini semeiologiche, il continuo espandersi dello scibile medico, che spinge vieppiù alla minuta specializzazione in campi angusti della patologia, sono andati creando nella mentalità del medico pratico di oggi un malinteso sperimentalismo, e la tendenza a circoscrivere l'obietto del suo studio a parti sempre più minuscole dell'organismo umano. Si va così risuscitando nella prassi professionale l'orientamento organicistico della medicina preippocratica. Non è l'Uomo ammalato, bensì il suo fegato, o il rene, o l'occhio, o il polmone: e si ignora, nonché la personalità umana, persino la stessa unità somatica del sofferente. Lo sperimentalismo da dozzina, la frammentarietà di visione dei problemi patologici e terapeutici che fa slittare la terapia verso la farraginosa prescrizione di farmaci sintomatici; la malintesa metodologia analitica, che in medici di fiacca preparazione spesso consiste in un raffazzonamento incoordinato di risultati di esami di laboratorio, dalla cui somma, direi algebrica, si crede ingenuamente di pervenire ad una diagnosi clinica, la quale è invece frutto di una sintesi intuitiva di tutti i dati della osservazione diretta o strumentale razionalmente elaborati; tutto ciò crea una fredda barriera tra l'Uomo sofferente e l'Uomo medico: specialmente se questi è sprovvisto delle doti morali necessarie per esercitare l'ars medendi. Un medico-tecnico, robot della medicina, non penetrerà mai nell'animo del suo paziente, in cui vedrà soltanto un oggetto di esperimento, e un coacervo di apparati ed organi da studiare isolatamente l'uno dall'altro mediante una serie di indagini specialistiche, ma di cui non riesce a ricostituire l'Unità somatica, e tanto meno quella psichica. Gli sfuggirà fatalmente la conoscenza della personalità del malato, la cui sofferenza egli è chiamato a sollevare. Erik Mayer disse: “Medico è chi comprende tutta l'umanità del suo tempo”. Ciò è vero. Ma la conoscenza dell'Umanità dei contemporanei è solo condizione necessaria perché il medico possa pervenire a quella dei suoi pazienti. lo dico che vero Medico è chi sa penetrare e scrutare nell'anima dei suoi malati.

 

LUIGI CONDORELLI

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